Archivio: P2P
Il dilemma dell'industria musicale: evoluzione o rivoluzione?
Un articolo sul sito del MidemNet rilancia un dubbio sul futuro: basta adattarsi o bisogna cambiare del tutto?
Un breve testo pubblicato da Bruce Houghton sul blog del MidemNet (l'appendice tecnologica della fiera discografica Midem di Cannes) rialza il tiro ideologico su quanto stiamo assistendo nel mondo della musica. "Internet, Napster, iTunes, i media online, i social network e tutto il resto hanno scatenato una rivoluzione digitale che ha capovolto l'industria musicale", scrive Houghton. "Oggi, diversi anni dopo l'inizio di questa rivoluzione, la risposta di molti protagonisti del settore continua a essere un tentativo, neanche troppo entusiasta, di evolvere".
Ma l'evoluzione, è il succo del discorso di Houghton, non può funzionare perchè l'antico equilibrio tra fan e produttori si è ormai rotto: "I fan, che un tempo dipendevano rigidamente dai gusti musicali, dalle strategie commerciali e dal controllo dei formati da parte di poche persone, hanno sfruttato gli strumenti forniti dalle tecnologie digitali per liberarsi".
E' quello che Houghton definisce come il passaggio da "master" a "equal", da "padroni" a "pari", da una gerarchia verticale a un sistema molto più complesso (se non proprio orizzontale, poco ci manca) in cui i produttori di contenuti ormai si muovono sullo stesso livello e con lo stesso potere dei fruitori, i consumatori, i fan. Una situazione del genere, conclude Houghton, necessita di qualcosa di più di qualche piccolo aggiustamento: "La risposta a una rivoluzione non può essere l'evoluzione. Piuttosto, servono esperimenti radicali seguiti da cambiamenti radicali".
RIAA: il giudice affondi LimeWire
Per la lobby dei discografici statunitensi le operazioni della società che sta dietro a uno dei più popolare client per file sharing deve chiudere i battenti. Subito. Per evitare ulteriori danni al mercato
Roma - Non è bastata alla RIAA la sentenza con cui la corte di New York aveva fatto a fette LimeWire. I rappresentati della Record Inustry Association of America hanno inviato una richiesta formale al giudice che si era occupato del caso, chiedendo di far cessare immediatamente ogni attività connessa alla società che ha prodotto uno dei più popolare sofware di condivisione (P2P) attualmente in uso.
Il motivo addotto dagli industriali è quello di prevenire ulteriori danni economici al settore: "È ovvio - hanno scritto gli avvocati della RIAA - che le operazioni di LimeWire debbano cessare subito, dal momento che la stessa è stata giudicata colpevole di indurre i propri utenti alla violazione di copyright". La dichiarazione si conclude con la promessa di reiterare la richiesta giorno per giorno, fino a quando non verrà emessa l'ordinanza definitiva.
PIRATERIA: RUBERA’ 1,2 MILIONI DI POSTI ALL'INDUSTRIA CREATIVA
STUDIO, 240 MILIARDI DI DANNI IN 5 ANNI. SAGLIA, PRONTI A COMBATTERLA
I pirati digitali nei prossimi 5 anni ‘ruberanno’ alle industrie creative europee (cinema, musica, tv) un ‘bottino’ da 240 miliardi di euro e 1,2 milioni di posti di lavoro. L’allarme lo lancia un rapporto della società di consulenza ‘Tera Consultants’, discussa nell’ambito delle Giornate mondiali sulla proprietà intellettuali.
Una ricerca a tinte fosche: chi scambia musica online, copia cd o scarica illegalmente un film ha contribuito - sostiene il rapporto - ha ‘bruciato’ nel 2008 in Europa 9,9 miliardi di euro di mancati ricavi, causando la perdita di 186 mila posti di lavoro nelle aziende di settore. Forte anche le perdite per l’industria digitale in Italia: -1,4 miliardi di euro, con 22.400 dipendenti rimasti senza impiego. E lo scenario diventa peggiore se si guarda al futuro: nel 2015 a livello europeo la pirateria online e le altre forme di ‘contraffazione’ del diritto d’autore cancelleranno 56 miliardi di euro di ricavi. E complessivamente nei prossimi 5 anni le industrie creative europee lasceranno sul campo, sotto i colpi dei ‘pirati’, 240 miliardi di euro e 1,2 milioni di posti di lavoro.
L'ardua impresa di monetizzare la musica su Internet
Quanti album bisogna vendere su iTunes per guadagnare 850 euro? Almeno milleduecento. E quanti streaming su Spotify? Oltre quattro milioni. Le dure cifre della realtà pubblicate in una ricerca online. Qualche riflessione.
La monetizzazione della musica registrata su Internet, questa sconosciuta. Qualche giorno fa, il sito Information Is Beautiful ha pubblicato una tabella che mette a confronto i volumi di dischi/download/streaming necessari a un artista per raggiungere l’agognato stipendio minimo mensile di 1160 dollari (più o meno 865 euro). I dati sembrano parlare chiaro. Per mettere in saccoccia 1160 dollari, l’artista ha bisogno di vendere 143 cd autoprodotti. Oppure, di piazzare 1229 album in download su iTunes. O ancora di far ascoltare… 4 milioni e mezzo di canzoni su Spotify.
La tabella non va presa come oro colato. Gli stessi autori spiegano che i dati non rispecchiano l’intero e iper-complesso sistema delle royalties discografiche (diritti meccanici, connessi, ecc. ecc.) e che in alcuni casi i valori potrebbero variare (la giungla dei negoziati fa sì che i contratti siano differenti da paese a paese, da etichetta a etichetta, da artista ad artista). La differenza però risalta in tutta la sua chiarezza. Nel mondo fisico dei mattoni e dei cd, la musica registrata ha un valore. In quello digitale dei bit e degli MP3, ne ha uno completamente differente. Se da un lato i quattro milioni e mezzo di ascolti necessari per guadagnare meno di mille euro su Spotify sembrano confermare le perplessità delle case discografiche, che dopo aver spinto molto il servizio svedese nel 2009 oggi sembrano molto più titubanti di fronte al suo modello di business, dall’altro appaiono come l’inesorabile segno dei tempi. Il tipo di fruizione musicale che si sta sviluppando su Internet – ubiqua, universale, quasi infinita – non può che portare, automaticamente, a un radicale deprezzamento commerciale per unità. Il disperato tentativo di conciliare vecchie tradizioni (e vecchi flussi di cassa) con nuove coordinate digitali sembra destinato al fallimento.