Archivio: Copyright

Antipirateria: il Comitato (tecnico?) della vergogna

Apprendo da una breve sul sito del Governo scovata da Giacomo Dotta che il 10 luglio 2010 il Comitato tecnico contro la pirateria digitale e multimediale voluto dal ministro dell’industria (culturale) italiana (ma non certo della Cultura) Sandro Bondi e presieduto dall’attuale Direttore Generale della RAI, Mauro Masi si sarebbe riunito dopo un anno e mezzo di silenzio.

 

Ecco il testo del comunicato:

Al Dipartimento per l’Informazione e l’Editoria della Presidenza del Consiglio si è riunito il Comitato tecnico contro la pirateria digitale e multimediale, di cui al D.P.C.M. 15.09.2008, coordinato dal Prof. Mauro Masi.

Il Comitato ha deliberato la costituzione di una task force interna al Comitato stesso per l’elaborazione di una proposta di un codice di autoregolamentazione tra i soggetti operanti in ambito digitale. Il codice è mirato a contrastare il fenomeno della pirateria.

Il Comitato ha esaminato anche le proposte del rappresentante del Ministro della gioventù ed ha analizzato gli sviluppi del negoziato ACTA (Anti-Counterfeiting Trade Agreement) sugli aspetti concernenti il contrasto alla pirateria digitale.

In questo post di febbraio provavo a ricapitolare quanto (non) accaduto in seno al Comitato nel suo primo anno di vita e mi dicevo preoccupato del fatto che qualcuno, all’improvviso, tirasse fuori dal cilindro soluzioni più o meno liberticide e/o idiote.

Sono, purtroppo, stato facile profeta.

 

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Le università salvate da Internet

Intervista-incontro con Joi Ito alla conferenza di Communia 2010

«Non mi piace essere formato, ma mi piace imparare». Joi Ito, 44 anni, giapponese, ha abbandonato gli studi all'università negli Usa («studiare informatica tra i banchi di scuola agli albori del Web era stupido») dopo aver incontrato il fondatore di Ebay per mettersi in proprio come imprenditore, venture capitalist e attivista-guru di Internet. Ed è in qualità di non-laureato che è venuto a parlare ieri al Politecnico di Torino alla seconda giornata della Conferenza «Università e Cyberspazio, ridefinire le istituzioni della conoscenza per l'era della connessione digitale» del progetto Communia 2010. Lo incontriamo prima del suo intervento.

«Credo che debba esserci spazio nell'università per tutti gli attori della società civile interessati all'apprendimento, non solo per gli iscritti, e penso che grazie a Internet questo sia possibile» sostiene Ito. Presidente di Creative Commons, le licenze di copyright flessibile inventate negli Usa per permettere la ripubblicazione di contenuti editoriali online, è stato anche consigliere di amministrazione dell'Icann, l'ente non profit per l'assegnazione degli indirizzi Ip: per questo ha una conoscenza di Internet sia tecnica che culturale. Ma la sfida che lo intriga di più riguarda i nuovi modelli di business che i produttori di cultura devono abbracciare per sopravvivere nella nuova era digitale.

 

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YOUTUBE: BATTE VIACOM, PER IL GIUDICE NON VIOLO' IL COPYRIGHT

IL COLOSSO DELL'ENTERTAINMENT RICORRERA' IN APPELLO

di Titti Santamato

Una vittoria giudiziaria importante per YouTube nella maxi causa intentata da Viacom, che sicuramente portera' nuova linfa al lungo dibattito sui diritti d'autore e Internet, anche in Italia: un tribunale di New York ha stabilito che la piattaforma video piu' famosa al mondo non ha violato il copyright e che quindi non dovra' pagare un miliardo di dollari cosi' come chiesto dal colosso dell'entertainment.

La richiesta era stata avanzata da Viacom, proprietaria tra l'altro di Mtv e degli studios Paramount e DreamWorks, che aveva accusato il sito di diffondere clip pirata protette da copyright e consapevole della loro provenienza illegale, solo per aumentare il numero di utenti. Il risarcimento danni di un miliardo di dollari era stato calcolato da Viacom sulla base dei filmati incriminati, circa 100 mila.

Le richieste sono state pero' respinte da un tribunale di New York, che nella sentenza di 30 pagine - gia' nota poiche' negli Stati Uniti i dispositivi vengono pubblicati subito e non dopo qualche mese - e visibile sul blog ufficiale di Google, riprende una normativa di 12 anni fa, il Digital Millenium Copyright Act, proprio quello su cui faceva leva Big G. Secondo questa legge statunitense, le societa' internet sono al riparo dalla violazione di diritti di autore se, avvertite di possibili problemi dai titolari dei diritti, provvedono immediatamente a rimuovere dai loro portali i contenuti oggetto di contenzioso. ''La corte ha deciso che YouTube ha agito nei confini del Digital Millennium Copyright Act e che i suoi servizi online sono protetti perche' abbiamo lavorato in cooperazione con i titolari di copyright per aiutarli a gestire online i loro diritti - ha detto il vicepresidente Kent Walker -. Questa e' una vittoria importante non solo per noi - ha aggiunto - ma anche per i miliardi di persone nel mondo che usano il web per comunicare e condividere esperienze''.

 

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Musica illimitata sulla nuvola, Dada lancia Play.me

La società italiana risponde alle sfide di Spotify, Mog e Grooveshark. Quattro milioni di canzoni in streaming via Web, a 5 euro al mese. Con applicazioni bonus per iPhone e Android.

LUCA CASTELLI

Sembra che anche in Italia la musica sia ormai pronta a salire sulla nuvola. Dada ha lanciato in settimana la nuova versione del suo servizio in streaming, ribattezzato Play.me, che permette l’ascolto illimitato di oltre quattro milioni di canzoni. Solo su Web, al prezzo di cinque euro al mese. Anche su smartphone, tramite applicazioni per iPhone e telefonini Android, a dieci euro.

Un piccolo grande passo, che riallinea il nostro paese a quei trend che – in Europa e negli Stati Uniti – sono già in corso da diversi mesi. Il passaggio dal possesso all’accesso: l’idea che non sia più importante collezionare le canzoni (su cd o mp3), ma che diventi fondamentale avere la possibilità di ascoltarle sempre e comunque, con qualsiasi device (smartphone, computer, lettore portatile), senza limitazioni. Andandole a pescare in questa immensa e invisibile nuvola digitale, la “cloud” dove la musica risiede al fianco delle nostre email, dei contatti su Facebook e di un numero sempre maggiore di altri servizi.

L’Italia, come detto, arriva un po’ in ritardo. Sebbene lo streaming trovi origine fin nella preistoria di Internet (qualcuno si ricorda di Real Audio?), è solo da un paio d’anni che il pubblico internazionale sembra aver iniziato a preferirlo al download. Il boom di Spotify nel Nord dell’Europa e in Spagna, lo sviluppo di Mog e Grooveshark negli Stati Uniti, l’acquisto di Lala da parte di Apple, si muovono in questa direzione. Tutti sussulti che finora avevano solo sfiorato da lontano il Belpaese.

 

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