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<title>TLAB</title>
<link>http://www.tlab.ws</link>
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<title>Una sentenza sopravvalutata</title>
<pubDate>Fri, 25 Nov 2011 00:00:00 +0100</pubDate>
<description>Una sentenza importante per internet, sebbene forse sopravvalutata.
L'oggetto  di causa era un singolare ordine giudiziale richiesto dalla Sabam  (l'equivalente della nostra SIAE) nei confronti di un fornitore di  accesso ad internet. Il provider avrebbe dovuto: i) filtrare tutto il  traffico dei propri clienti per individuare le comunicazioni peer to  peer; ii) ispezionare i contenuti scambiati dagli utenti ; iii) bloccare  la trasmissione delle opere condivise in violazione della legge sul  diritto d'autore.
Scarlet, questo il nome della società convenuta, si era rifiutata di adempiere.
Per  quale ragione un operatore commerciale della comunicazione dovrebbe  spender soldi e risorse tecniche per vigilare e impedire eventuali  violazioni di diritti altrui commesse dagli utenti?
Ma  soprattutto con quale diritto il gestore della rete dovrebbe "guardare"  le comunicazioni che trasporta, decidendo quali sono legali e quali no,  quali possono esser consegnate e quali debbono esser bloccate?
Domande,  che sono state rimesse alla Corte di Giustizia Europea che ha  provveduto oggi con una sentenza attesa con ansia da tutti i fruitori di  internet.
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<link>http://tlab.ws/articles/una-sentenza-sopravvalutata</link>
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<title>L’Unione europea invita a mantenere una Rete neutrale e aperta</title>
<pubDate>Fri, 18 Nov 2011 00:00:00 +0100</pubDate>
<description>L’Unione europea preme per la Net neutrality e l’Open Web da sempre. Il  Parlamento europeo ha varato una risoluzione non legislativa  per mantenere una Rete neutrale, libera e aperta.

Alla festa italiana dei vent’anni del Web Tim Berners-Lee ha illustrato le minacce che incompono sul World Wide Web, e ha elaborato i diritti dell’era digitale. Anche l’Unione europea è a favore della Net neutrality e dell’Open Web. Ecco che cosa ha votato il Parlamento europeo, a favore di una risoluzione non legislativa per mantenere una Rete neutrale, libera e aperta.
 
Internet deve rimanere aperta e neutrale garantendo che le regole comunitarie sulle Tlc siano potenziate. La neutralità significa competitività,  società aperta, sviluppo economico ed innovazione, dunque bisogna  vigilare ad occhi aperti sui rischi che pendono sulla Rete: i “possibili comportamenti anticoncorrenziali e discriminatori nella gestione del traffico, in particolare da parte delle imprese a integrazione verticale“. La Ue afferma: “Il carattere aperto di Internet ha rappresentato un incentivo determinante per la competitività, la crescita economica, lo sviluppo sociale e l’innovazione, portando a livelli di sviluppo straordinari per quanto riguarda le applicazioni, i contenuti e i servizi online, e ha in tal modo dato un contributo fondamentale alla crescita dell’offerta e della domanda di contenuti e servizi” ma ha anche “impresso un’accelerazione fondamentale alla libera circolazione di conoscenze, idee e informazioni, anche nei paesi in cui l’accesso a mezzi di comunicazione indipendenti è limitato“.</description>
<link>http://tlab.ws/articles/ue_invita_a_mantenere_rete_neutrale </link>
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<title>GOOGLE: RIVOLUZIONE TV PER YOUTUBE</title>
<pubDate>Mon, 31 Oct 2011 00:00:00 +0100</pubDate>
<description>AVRÀ 100 CANALI DIVISI IN 19 CATEGORIE ACCORDI CON SOCIETÀ MEDIA E CON HOLLYWOOD
New  York, 29 ottobre 2011. Rivoluzione Youtube. Il popolare sito di  condivisione di video si arricchisce di 100 canali con contenuti  originali e la partecipazione di molte star, dalla cantante Madonna al  rapper Jay-Z, dall'attore Ashton Kutcher all'ex star dell'Nba Shaquille  ÒNeal. Google, a cui fa capo YouTube, ha stretto partnership con società  media, case di produzione di Hollywood e creatori di video online per  realizzare i 100 canali, molti dei quali saranno disponibili il prosismo  anno. Complessivamente saranno prodotte 25 ore di programmazione al  giorno.
 
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<link>http://tlab.ws/articles/google-rivoluzione-tv-per-youtube</link>
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<title>&quot;La crisi finirà solo quando cambieremo l'economia&quot;</title>
<pubDate>Tue, 04 Oct 2011 00:00:00 +0200</pubDate>
<description>Il nuovo libro di Rifkin:  la terza rivoluzione industriale?  È già iniziata

PAOLO MASTROLILLIINVIATO A NEW YORK

Bisogna cambiare, ora. Anche se non volessimo, la «Terza rivoluzione industriale» è già cominciata, e la crisi economica in corso dovrebbe solo convincerci ad affrettare il passo verso un nuovo paradigma per la nostra società. Un modello che richiede di abbandonare la dipendenza energetica dal petrolio, ma anche di mutare radicalmente i rapporti economici, la politica, l’ambiente, l’istruzione. Così scrive Jeremy Rifkin nel suo ultimo libro, intitolato appunto «The Third Industrial Revolution: How Lateral Power Is Transforming Energy, the Economy, and the World». Durante un’intervista fatta ad agosto, ci aveva anticipato i contenuti con queste parole: «Verso la fine degli Anni Settanta è terminata la Prima rivoluzione industriale, nel senso che abbiamo smesso di vivere grazie alla ricchezza che producevamo. Siamo entrati nella Seconda rivoluzione industriale, in cui poco alla volta abbiamo bruciato i nostri risparmi e cominciato a vivere di debito». Questo ci ha esposto a crisi ricorrenti: «Ogni volta che c’è una recessione, facciamo sempre la stessa cosa: pompiamo soldi nel mercato e diciamo che vogliamo tagliare le spese. Ma la ripresa si alimenta spendendo, le nostre spese fanno crescere la domanda, i Paesi emergenti ne approfittano aumentando la produzione per moltiplicare l’offerta, e questo fa salire i costi delle materie prime come il petrolio. Di conseguenza tutti i prezzi aumentano, compresi quelli del cibo, e quindi ci ritroviamo in breve in una nuova situazione insostenibile, tornando a fare affidamento sul debito per soddisfare le nostre esigenze. Così non ne verremo mai fuori». Quindi aveva concluso: «La crisi finirà solo quando cambieremo il nostro paradigma economico. Dobbiamo passare dalla Seconda rivoluzione industriale alla Terza, per smettere di consumare le ricchezze del passato e tornare a produrre liberando la nostra creatività». Ora il libro è in uscita, le anticipazioni circolano in rete, e si può leggere cosa intende.</description>
<link>http://tlab.ws/articles/rifkin-crisi-finira-solo-quando-cambieremo-economi</link>
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<title>La tassa sulle fotocopie e il diritto allo studio</title>
<pubDate>Fri, 23 Sep 2011 00:00:00 +0200</pubDate>
<description>di Guido Scorza
Quasi cinque milioni e mezzo di euro all’anno è quanto  le università italiane chiedono agli studenti a titolo di equo compenso  per le fotocopie che gli iscritti potrebbero – non è detto che ciò  accada – trovarsi da fare nelle biblioteche dei nostri atenei. La cifra astronomica si ottiene moltiplicando l’ultimo dato reso disponibile dal Ministero dell’Università relativo agli iscritti  negli atenei italiani nell’anno accademico 2009-2010 per l’importo di 3  euro che, quest’anno, le università italiane stanno chiedendo all’atto  dell’iscrizione per la c.d. “tassa SIAE” in esecuzione dell’accordo  perfezionato – ma in fase di rinnovo secondo quanto si apprende dal sito della SIAE – tra la CRUI – la Conferenza dei Rettori delle Università italiane – e, appunto, la SIAE. In effetti una recente ricerca dell’Osservatorio Prezzi dell’Associazione Codici rivela che l’importo  richiesto dalle Università italiane a questo titolo per le iscrizioni  all’anno accademico che sta per iniziare, curiosamente – giacché  l’accordo è uno solo – varia da università a università e da città a  città: 3 euro quello richiesto a Torino mentre solo – si fa per dire –  2,15 euro quello richiesto a Cagliari. Quale che sia l’importo complessivo, in ogni caso, si tratta di un fiume di denaro che lascia le tasche degli studenti italiani per andare a rimpinguare  quelle, certamente meno povere, della SIAE e delle altre associazioni  che tutelano – o dovrebbero tutelare – i diritti e gli interessi di  autori ed editori. Il punto, tuttavia, è un altro.</description>
<link>http://tlab.ws/articles/la-tassa-sulle-fotocopie-e-il-diritto-allo-studio </link>
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<title>Internet sfida e occasione per le librerie</title>
<pubDate>Mon, 05 Sep 2011 00:00:00 +0200</pubDate>
<description>JUAN CARLOS DE MARTIN Avolte dico, esagerando  un po’, di  essere cresciuto in una libreria. Una piccola libreria  indipendente di  Torino i cui proprietari, marito e moglie, per anni  accettarono -  sempre col sorriso sulle labbra - di aver tra i piedi, a  volte per  interi pomeriggi, un ragazzino che sfogliava molto e comprava  poco.  Ragazzino che quando non era da loro era a perlustrare gli  scaffali  della non lontana biblioteca civica. Quanta gratitudine nei  loro  confronti (che spero stiano bene) e anche nei confronti della mia   città, che mi garantì, in un momento cruciale della mia formazione, il   diritto di accedere gratuitamente a libri e riviste. Da allora sono   diventato quello che gli analisti chiamano un «lettore forte», ovvero,   qualcuno che sa fin troppo bene cosa significhi comprare libri, sia in   Italia sia all’estero. Allo stesso tempo però sono diventato un forte   utilizzatore di qualcosa che Rocco Pinto - e la cosa un po’ mi sorprende   - non menziona mai nella sua lettera,  ovvero, di Internet. E da  utilizzatore di Internet mi sembra  impossibile parlare oggi di libri,  librerie e biblioteche senza  prendere in considerazione l’impatto delle  tecnologie digitali inclusi  gli eBook, altra parola che non compare  nella lettera di Pinto. Come amante dei libri nonché utente Internet, non ho dubbi: le librerie   dovranno cambiare. Dovranno infatti prima o poi inesorabilmente fare i   conti con i vantaggi garantiti dalle librerie online tra cui un  catalogo  vastissimo consultabile dall’utente senza intermediari,  consegna  puntuale quasi ovunque nel mondo, liste dei desideri,  suggerimenti  personalizzati e recensioni spesso utili per orientarsi.  Le librerie  online più evolute consentono persino di sfogliare  elettronicamente i  libri prima di comprarli, proprio come in libreria.</description>
<link>http://tlab.ws/articles/internet-sfida-e-occasione-per-le-librerie</link>
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<title>L'ascesa dei «nuovi» autori</title>
<pubDate>Fri, 02 Sep 2011 00:00:00 +0200</pubDate>
<description>«Nel mondo di carta», scrive Megan Garber sul sito del Nieman Journalism lab,   «il successo di un libro dipende largamente da meccanismi che sono   indipendenti dagli autori, come il disegno della cover, la   distribuzione, il posizionamento negli scaffali delle librerie». Certo,   aggiunge, ci sono alcuni passaggi in cui l'autore conta, come le   presentazioni o le interviste su giornali e su altri media. Ma si tratta   di aspetti collaterali.
 Nel mondo digitale, nota la  Garber, tutto questo sta cambiando. Lo  spunto per parlarne viene da una  delle ultime piccole (e continue)  innovazioni con cui Amazon sta  usando la tecnologia per ridisegnare il  modo in cui funziona  l'editoria. Con il Kindle ora i lettori,  utilizzando @Author,   possono fare direttamente domande agli autori di cui stanno leggendo  il  libro. Si tratta di una novità ancora sperimentale, ma in tempi di   cambiamento così rapido si vive di piccoli segnali per provare a intuire   la direzione che stiamo prendendo.
 
«Questa nuova opzione»,  commenta la Garber, «è un altro passo verso la  personalizzazione del  brand nel mondo del libro. Non a caso Amazon l'ha  collegata all'autore e  non al libro, al genere o all'editore. L'identità  stessa dell'autore,  definita, misurata e potenziata dalla sua capacità  di creare una  community intorno alle sue opere, è oggi un prodotto di per sè».  Non a caso, nota nell'articolo, gli autori che stanno  partecipando a  questa sperimentazione non sono personaggi come Philip  Roth. Sono  autori di successo che hanno familiarità con Twitter e che,  attraverso  il loro fascino e il loro talento, hanno coltivato una  «devota  audience» disposta a seguirli.
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<link>http://tlab.ws/articles/l-ascesa-dei-nuovi-autori</link>
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<title>Niente più sconti oltre il 15 per cento Libri, al via la «legge Levi» </title>
<pubDate>Thu, 01 Sep 2011 00:00:00 +0200</pubDate>
<description>Allarme dei bibliotecari: non riusciremo più ad acquistare i volumi. Nessun limite invece sugli ebook
 
I detrattori lo hanno ribattezzato «provvedimento  anti-Amazon» e sono  convinti che finirà per uccidere la lettura. Secondo  i sostenitori,  invece, garantirà la ricchezza e il pluralismo  dell’offerta culturale.  Entra in vigore il primo settembre, dopo un  acceso dibattito e oltre  due anni di gestazione, la nuova legge sul  prezzo dei libri, meglio  nota come «legge Levi», dal nome del primo  firmatario Ricardo Franco  Levi, deputato del Partito Democratico.
 
LE NORME - Il testo (leggi)   - approvato in via definitiva lo scorso 20 luglio con un consenso   bipartisan – stabilisce un tetto massimo del 15 per cento allo sconto   che tutti i venditori (dai piccoli librai, alla grande distribuzione,   agli store online) possono  applicare sul prezzo di copertina. Limiti di sconto  vengono imposti  anche agli editori: mai oltre il 25 per cento e solo  nell’ambito di  promozioni che non devono superare la durata di un mese  né possono  tenersi a dicembre.
 
EDITORI E LIBRAI – La legge raccoglie i consensi soprattutto   delle librerie indipendenti e dei piccoli editori. I protagonisti del   settore, cioè, che più hanno sofferto la concorrenza dell’e-commerce e   di ineguagliabili campagne di sconti come quelle di Amazon o dei grandi   gruppi editoriali. «Finalmente una normativa che corregge l’anomalia   dell'Italia, Paese in cui i grandi editori sono anche venditori, con   inevitabili squilibri sui prezzi» commenta Paolo Pisanti, presidente   dell’Associazione librai italiani (Ali). «Una legge equilibrata che   garantirà un'offerta plurale» commenta Marco Polillo, presidente   dell'Associazione italiana editori (Aie). Sulla stessa linea Marco   Cassini, cofondatore di Minimum Fax e uno degli animatori di Mulini a Vento, il gruppo di editori che si è a lungo battuto per la regolamentazione del prezzo dei libri.   «La legge è un importante passo in avanti» sostiene Cassini. Pur   ammettendo che «non è la migliore in assoluto e che alcuni aspetti, come   ad esempio le sanzioni per chi non rispetta le regole, andrebbero   comunque precisati».
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<link>http://tlab.ws/articles/niente-piu-sconti</link>
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<title>Pirateria digitale, tutto come previsto: vietati i torrent, è l'ora dei cyberlocker</title>
<pubDate>Wed, 31 Aug 2011 00:00:00 +0200</pubDate>
<description>Tra i dieci siti più utilizzati per il download cinque sono di file hosting. Tramonta Pirate bay: solo sesto
 
E’ il file hosting il nuovo spettro della pirateria su Internet. A sancirne definitivamente l’ascesa è una speciale classifica compilata da Torrentfreak.com,   che mette in fila i dieci siti di file sharing più cliccati in lingua   inglese. Ai primi cinque posti ci sono solo siti «Cyberlocker», come   viene chiamata questa evoluzione del download di file, legali e   illegali, dalla Rete. E in totale su dieci, appena due (The Pirate Bay e Torrentz.eu) sono torrent.
 
ARCHIVIAZIONE E CONDIVISIONE – I «Cyberlocker» sono siti che permettono l’archiviazione e la condivisione di dati,   attraverso server dedicati. Un sistema che può essere utilizzato,   quindi, anche per «scaricare» file in modo illegale, facendosi beffa –   ancora una volta – del diritto d’autore. Al primo posto della classifica   si colloca 4shared (con 2,5 miliardi di pagine viste e 55 milioni di utenti unici al mese), seguito da Megaupload (37 milioni di utenti unici al mese) e Mediafire (34 milioni). «Solo» quinto il più famoso Rapidshare.   Il sito tedesco (con sede in Svizzera) è stato protagonista di  numerose  battaglie legali, legate a problemi di pirateria. Nel 2007 il  tribunale  di Duesseldorf, su denuncia della Gema (la Siae tedesca),  aveva  costretto il sito a controllare la «legalità» della provenienza  dei file  musicali che venivano caricati sul server. Nel 2010, un’altra  sentenza,  questa volta americana, ha ribaltato il risultato. La  denuncia  proveniva da Perfect 10, azienda californiana  specializzata in  contenuti per soli adulti, che sosteneva la violazione  del copyright  relativo alla pubblicazione di alcune immagini: in quel  caso i giudici  ritennero il servizio di file hosting non responsabile  dei contenuti  caricati.</description>
<link>http://tlab.ws/articles/pirateria-digitale-tutto-come-previsto</link>
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<title>Let Readers Share E-Books, And They’ll Really Take Off </title>
<pubDate>Mon, 29 Aug 2011 00:00:00 +0200</pubDate>
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Limits on sharing and borrowing are limiting widespread  e-book adoption. Remove those barriers, new research says, and the  e-book market will expand even faster than it already has. Here’s that  and some other new statistics…


Each week, e-book journalist Charlotte Abbot (@charabbot)  leads an hour-long Twitter discussion with publishing industry  innovators, identified by the hashtag #followreader. Yesterday’s  discussion, about e-book buyer behavior, included reps from leading book  industry research organizations Book Industry Study Group and Bowker PubTrack Consumer (on Twitter here). The two companies collaborate on research about consumer attitudes toward e-book reading. Here are some of their newest findings (and their earlier findings on e-book power buyers are here):
 
—About 15 percent of book buyers have adopted e-books. Steve Paxhia,  who wrote the report, was surprised at e-book readers’ loyalty to the  format. “It turns out that when readers go digital they rarely return to  print,” he said.
 
—E-book buyers buy more books than print book buyers. In May 2011,  over 30 percent of e-book buyers said they’d increased the money they  spend on books, versus 23 percent who decreased their spending. However,  the increases in dollar spending are lower than the increases in units  purchased—i.e., people are buying more e-books but those books may be  lower-priced.
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<link>http://tlab.ws/articles/let-readers-share-ebooks-and-they-will-really-take</link>
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