Musica, una tigre nel motore del Web
«La musica ha fatto nascere i servizi a valore aggiunto sui telefonini e sempre la musica digitale sta ora spingendo l’utilizzo di Internet a banda larga su rete fissa». A sostenere che la musica sta dando una spinta decisiva alla chiusura del gap italiano sulla diffusione di Internet è Enzo Mazza, presidente della Fimi, l’associazione dell’industria italiana della musica, associata a Confindustria.
Lo afferma con in mano i dati sul mercato musicale italiano nel 2009.Sostiene che ci sono grandi cambiamenti in corso. Finora si è sempre detto che il mercato della musica liquida scaricata online, raccolta, organizzata e ascoltata in digitale fosse un mercato a misura di adolescenti e per questo utilizzasse in prima battuta la piattaforma della telefonia mobile: perché il pc è uno strumento per tutta la famiglia, mentre il telefonino è personale. Ma le cose stanno cambiando. Ora i ragazzi si stanno spostando di più verso le connessioni a banda larga fisse, la musica scaricata dal ‘mobile’ quasi non è cresciuta e lo stesso mercato delle suonerie per i cellulari si è quasi dimezzato in un anno.
Il telefonino è adesso soprattutto il punto di accesso in mobilità a nuovi social network. «E’ un mercato in grande movimento spiega Mazza Lo shock del crollo delle vendite di dischi non si è ancora del tutto esaurito ma stiamo reagendo. Nel 2014 la caduta finirà perché finalmente quello che sarà stato perso per la minore vendita di dischi, sarà stato recuperato dal resto. Anche se il resto non è solo la musica online ma anche il merchandising».
Attraverso l’evoluzione del mercato dei contenuti musicali si può tracciare la rotta degli spostamenti progressivi dei gusti e dei consumi multimediali in Italia.
«Il mercato sta maturando e ci stiamo avvicinando ai benckmark europei», spiega Mazza. I 20 milioni di euro di ricavi della musica digitale in Italia nel 2009 rappresentano una crescita del 27% sul 2008, mentre i 144 milioni della vendita di dischi (cd e dvd) parlano di un nuovo calo rispetto ai 156 dell’anno prima. Ma ancora più interessante è scomporre il fatturato del digitale. «All’inizio le vendite di musica liquida erano fatte quasi solo di scarichi di brani sul cellulare e di suonerie ricorda Mazza Poi il mercato si è fermato. Colpa soprattutto delle forme di vendita a contratto, che molte volte hanno nascosto condizioni poco trasparenti. Poi la lentezza di arrivo sul mercato di offerte di banda larga mobile a costi flat, che restano più onerosi rispetto alla banda larga fissa, ha favorito lo spostamento progressivo verso i pc connessi alla rete cablata. Dove il modello iTunes ha imposto una formula chiara, semplice e trasparente: 99 centesimi a brano e si paga solo ciò che si scarica. Infine, l’arrivo di tecnologie sempre più facili da usare: perché comprare una suoneria per il telefonino quando la si può fare direttamente con uno qualsiasi dei brani Mp3 delle proprie playlist?».
E infatti la vendita di suonerie online è crollata del 43% nel corso del 2009. Ma non è stata la sola novità. L’altra, di peso ancora maggiore, è appunto lo spostamento verso Internet. Dettato da una nuova tipologia di consumo musicale che si è consolidata nei dodici mesi passati: lo streaming, audio ma ancora di più video. Spiega Mazza: «Chi vuole ascoltare un brano musicale, va su YouTube e richiede il video relativo: il 60% dei file visti su YouTube riguarda infatti musica, e musica ufficiale, messa in rete dalle major, che da questo traffico hanno ricavato l’anno scorso 2 milioni di euro. In valore è ancora poco: ma se si pensa che da ogni video visto su You Tube una major ottiene solo qualche centesimo, si pùò calcolare quanti video sono stati visti per arrivare a 2 milioni di euro. E siamo ancora solo all’inizio. La via è questa. Anche perché lo streaming sta portando via utenti al peertopeer illegale. Le major ci guadagnano unitariamente un po’ di meno ma in modo più sicuro».
La fortuna dello streaming è proprio qui: sembra la quadratura del cerchio, la soluzione alla diffidenza delle major verso l’online. Con lo streaming il file non è più trasferito materialmente sull’hard disk degli utenti. Non c’è più pericolo che sia possibile manomettere i software che gestiscono i diritti, i Drm, e che controllano il numero di trasferimenti possibili su altri terminali, o anche la semplice ripetizione del contenuto, dopo di che lo cancellano. Ma dello streaming sono più soddisfatti anche gli utenti, che hanno così a disposizione una specie di infinito juke box online.
A sbloccare il mercato è stata alla fine la scelta di YouTube, il portale video di Google, di scendere a patti con le major riconoscendo loro delle royalty per ogni volta che ogni singolo contenuto viene visto. «Ma si è andati anche oltre il semplice accordo sulle royalty. YouTube e alcune major hanno infatti dato vita a Vevo, un portale di video musicali online che oggi è però accessibile solo da parte degli utenti che si connettono dagli Stati Uniti», commenta Mazza.
Vevo è in effetti nato da un accordo di YouTube con Sony Music, Emi e Universal Music (con Warner Music sono in corso trattative): ha già 35 milioni di utenti unici al mese e attiva una media di 30 milioni di flussi streaming al giorno.
E i cellulari? La tecnologia dello streaming ha in serbo novità anche per loro: li sta trasformando in potenziali iPod sempre online. «C’è un servizio svedese, Spotify spiega ancora Mazza che permette di richiedere uno streaming audio, consente poi agli utenti di creare una propria playlist e di condividerla con altri utenti di Spotify, che è in effetti un nuovo social network dedicato all’ascolto di musica. In Gran Bretagna è partito come servizio gratuito, con il traffico coperto dalle tariffe flat. Ha mandato in tilt le reti degli operatori mobili e hanno dovuto bloccare tutto e farlo ripartire a pagamento. In Italia non è ancora arrivato, ma non ci vorrà molto».
STEFANO CARLI
[Fonte: Repubbllica.it/Affari e Finanza]