Musica illimitata sulla nuvola, Dada lancia Play.me


La società italiana risponde alle sfide di Spotify, Mog e Grooveshark. Quattro milioni di canzoni in streaming via Web, a 5 euro al mese. Con applicazioni bonus per iPhone e Android.

LUCA CASTELLI

Sembra che anche in Italia la musica sia ormai pronta a salire sulla nuvola. Dada ha lanciato in settimana la nuova versione del suo servizio in streaming, ribattezzato Play.me, che permette l’ascolto illimitato di oltre quattro milioni di canzoni. Solo su Web, al prezzo di cinque euro al mese. Anche su smartphone, tramite applicazioni per iPhone e telefonini Android, a dieci euro.

Un piccolo grande passo, che riallinea il nostro paese a quei trend che – in Europa e negli Stati Uniti – sono già in corso da diversi mesi. Il passaggio dal possesso all’accesso: l’idea che non sia più importante collezionare le canzoni (su cd o mp3), ma che diventi fondamentale avere la possibilità di ascoltarle sempre e comunque, con qualsiasi device (smartphone, computer, lettore portatile), senza limitazioni. Andandole a pescare in questa immensa e invisibile nuvola digitale, la “cloud” dove la musica risiede al fianco delle nostre email, dei contatti su Facebook e di un numero sempre maggiore di altri servizi.

L’Italia, come detto, arriva un po’ in ritardo. Sebbene lo streaming trovi origine fin nella preistoria di Internet (qualcuno si ricorda di Real Audio?), è solo da un paio d’anni che il pubblico internazionale sembra aver iniziato a preferirlo al download. Il boom di Spotify nel Nord dell’Europa e in Spagna, lo sviluppo di Mog e Grooveshark negli Stati Uniti, l’acquisto di Lala da parte di Apple, si muovono in questa direzione. Tutti sussulti che finora avevano solo sfiorato da lontano il Belpaese.

“Gli ascoltatori italiani stanno impiegando più tempo a passare dall’idea del possesso a quella dell’accesso”, spiega a La Stampa.it Paolo Barberis, fondatore e presidente di Dada. “Per questo, anche in Play.me abbiamo lasciato aperta un’opzione per il download: con dieci euro al mese, oltre che avere lo streaming illimitato puoi scaricare quindici mp3. La strada è ancora lunga, anche quella culturale, che deve riportare a pagare la musica dopo anni di download gratuiti”.

L’avvicinamento è stato graduale. Per un paio d’anni, Dada ha scelto la via del cosiddetto freemium: ascolto illimitato gratis (free) e pacchetti di download a pagamento (premium). “Ma sapevamo benissimo che quello sarebbe stato un modello di transizione, non definitivo. Adesso tutta l’industria si sta spostando verso gli abbonamenti low cost e l’idea di cloud. Il consumatore spende pochi euro al mese e ha a disposizione l’intero catalogo musicale, senza limiti, sia dal suo pc che dallo smartphone”.

La scommessa è nel convincere il consumatore sulla bontà di questo low cost. Dal lato mobile,  iPhone e Android sono i primi passi. Il Blackberry sarà probabilmente il prossimo e anche l’iPad è già nel mirino. Come il rivale Spotify, anche Play.me offrirà possibilità di local caching: alcune canzoni potranno cioè essere scaricate integralmente sul proprio dispositivo mobile e ascoltate anche quando non si è collegati a Internet, in galleria in autostrada, su un aereo, in un’area non coperta da wi-fi. Sulle modalità di questa funzione, però, Dada è ancora piuttosto criptica: tutto è work in progress e non si sa quante canzoni potranno essere scaricate in locale e per quanto tempo (Spotify permette di conservare 3333 brani offline).

A metà del 2009 sembrava che servizi come Play.me fossero destinati a un’esplosione globale. Poi, qualche nuvola si è addensata sulla cloud: scetticismo crescente delle major (Warner Music in primis), polemiche sui bassi profitti, difficoltà nei negoziati delle licenze. “L’industria discografica è consapevole dell’importanza della nuova dimensione dell’accesso”, spiega Barberis, “ma non vuole nemmeno correre il rischio di cannibalizzare altri canali, come quello di iTunes. Per questo i contratti sono molto flessibili, a breve termine, sensibili alle fluttuazioni e alle novità del mercato. Questo ci permette di seguire varie direzioni. Oltre all’offerta generale di Play.me, per esempio, stiamo studiando applicazioni legate a singoli artisti. Ne abbiamo già lanciata una dedicata a Gianna Nannini, per iPhone, altre arriveranno a breve”.

Il catalogo di Play.me è basato essenzialmente sul repertorio delle quattro major e di alcuni grandi aggregatori di etichette indipendenti. Una volta che ci si è iscritti al servizio (per “assaggiarlo”, si può scegliere l’opzione dei cinque giorni di prova gratuita), è necessario un po’ di tempo per prendere dimestichezza con le sue funzioni, in particolare la gestione delle playlist personali, strumento-chiave dell’ascolto musicale 2.0. Mantenendo il paragone con il suo rivale europeo più accreditato, Spotify (tuttora non disponibile in Italia), con Play.me non è necessario scaricare un programma sul pc, ma l’interfaccia appare nel complesso più difficoltosa, meno intuitiva. Il catalogo, invece, sebbene meno ricco quantitativamente offre delle piacevoli sorprese. Assenti su altre piattaforme streaming, big come Led Zeppelin, Metallica e Red Hot Chili Peppers sono invece presenti su quella di Dada. E la natura “regionale” del servizio ti permette anche piacevoli frequentazioni nell’indie italiano. Tanto per fare un esempio, questo articolo è stato scritto con l’ottimo Midnight Talks dei campani A Toys Orchestra come sottofondo.

Se la strada dietro alle spalle è lunga (tra i più longevi simboli della new economy italiana, Dada nasce addirittura nel 1995), quella davanti lo è in effetti ancora di più. In Play.me mancano ancora strumenti di integrazione con i social network (“ma sono nei piani: sappiamo che l’esperienza della musica oggi ha un’impronta fortemente sociale”) e anche l’applicazione per smartphone necessita di alcuni aggiustamenti (come fanno notare i commenti dei primi utenti che l’hanno scaricata). Intanto, il mondo non sta fermo: il panorama internazionale è in continua evoluzione, molti sguardi sono rivolti soprattutto verso Apple e su come Cupertino sfrutterà il know how dell’acquisizione di Lala. Play.me, dal canto suo, ha aperto i battenti sia in Italia che negli Stati Uniti, dove Dada ha un ufficio – a New York – utile a tenere contatti più stretti con il gotha dell’industria discografica. La nuvola musicale si muove continuamente, si espande, muta forma. Il merito più grande di Play.me è quello di iniziare a renderla visibile anche nei nostri cieli e accessibile ai nostri computer.

 

[Fonte: LASTAMPA.it]