De Kerchkove "Internet è www.libertà"


«Notizie sul web a pagamento? È uno sviluppo positivo. Scovare e selezionare le notizie con il lavoro di uno staff formato a sua volta con un’attenta selezione, preparare servizi con costi di trasferte e documentazione, è un lavoro di alto impegno, responsabilità, professionalità. Costa molto ed è giusto che venga pagato».

 

La voce è come sempre sorridente, provocatoria, ironica, nel suo particolarissimo mix fra italiano, inglese e francese. Ma stavolta, Derrick de Kerckhove, il più quotato massmediologo in servizio, l’epigono di Marshall McLuhan di cui ha ereditato la cattedra alla Toronto University, ci dà la più sorprendente delle risposte nei giorni in cui il New York Times annuncia che fra poco solo una minima parte del suo sito sarà consultabile gratis. E l’equazione web libertà? Vuol dare una delusione ai suoi fan che vanno ai raduni con il suo ritratto sulla maglietta al grido "Internet gratis"? «L’equazione è sempre valida. La rete è libera e pubblica (lo dice in inglese e quindi non significa statale ma "a proprietà diffusa" fra tutti gli utenti, ndr) e tale resterà. Però l’economia ha le sue regole. E poi su Internet ci saranno sempre giornali e notizie gratuiti». Allora, quale scenario dobbiamo aspettarci? «Si delineano due Internet: quella free che conosciamo, e quella premium dotata di un diverso valore aggiunto. In quest’ultima rientrano i maggiori brand della stampa internazionale: lo stesso NYT e poi Le Monde, sicuramente Repubblica e pochi altri, in grado di offrire un’informazione garantita e indipendente. Non perderanno lettori, tutt’al più qualcuno tornerà al cartaceo. Ma ci saranno anche giornali minori che falliranno una volta avviata l’operazione payweb. E poi quanti blog, magazine online, bollettini ai più vari titoli, esistono in rete? Quelli non si faranno certo pagare, anzi valorizzeranno il loro ruolo, come dire, di ‘resistenza’ ai media ufficiali. Un’informazione diffusa e capillare che avrà un motivo in più per svilupparsi potendo far concorrenza alle maggiori testate valendosi dell’arma competitiva della gratuità».

 

Tutto questo inciderà sull’affidabilità della rete, altro tema in annosa discussione?
«Direi di sì, anche se più che di affidabilità parlerei di maturità dell’utente. Vede, tutti i media a partire dalla televisione hanno conosciuto una fase fondante in cui sono stati offerti gratuitamente, e una fase 2 in cui sono cominciate le offerte premium una volta che il pubblico è stato "catturato". Ma nel frattempo l’utente lettore spettatore ha avuto il tempo di conoscere il mezzo, valutarne i pro e i contro, capire di chi si può fidare e anche dove andare a cercare informazioni diversamente caratterizzate. Per Internet è arrivato questo momento».

 

In pratica, chi clicca Wikipedia deve credere a quel che legge? Si ricorda quando il fondatore James Wales fu costretto a comprare una pagina intera sul New York Times per scusarsi e promettere maggiori controlli dopo che qualche buontempone aveva inserito nella biografia di un medico americano la notizia fasulla che era stato coinvolto nell’omicidio di John Kennedy?
«È passato tanto tempo da quell’episodio, la situazione è migliorata. Mettiamola così: Wikipedia è per una consultazione rapida, per sapere una data di nascita, i capisaldi di una certa storia, un paio di riferimenti immediati. Un’informazione un po’ grossier: per quella più ampia e documentata resiste ancora la carta, mettiamo l’Enciclopedia Britannica, o gli archivi appunto dei grandi giornali. Sì, ammetto una sorta di superiorità della carta, con il fatto che resta lì, dura nel tempo, si trasmette di padre in figlio. È più, come dire, oggettiva. Ammesso che l’oggettività esista».

 

Perché, ne dubita?
«Uno dei meriti storici di Internet è di aver svegliato la coscienza della gente che non vuole più una versione ufficiale. Ovviamente ci sono fatti storici indubitabili come la Shoah. Ma vogliamo parlare dell’11 settembre? Io ci ho vissuto in quei mesi, nella Washington di Bush: solo pensare o parlare di versioni diverse da quella dell’Fbi faceva inorridire. Ma questo non ha impedito che su Internet si sviluppasse un dibattito febbrile, che continua ancora, su possibili piste alternative. Per questo nei paesi assolutisti come la Cina o la Russia di Putin il potere controlla il maggior numero possibile di mass media, per convincere la popolazione della sua verità. In Italia (paese che de Kerckhove conosce bene perché ha tenuto dei corsi alla Luiss e ora alla Federico II di Napoli, ndr) sapete benissimo di cosa sto parlando visto che avete Berlusconi e una valanga di media da lui controllati. Oltretutto, il pubblico italiano è più immaturo che in altri paesi industrializzati di fronte alla televisione: basta che un personaggio vada in tv, a qualsiasi titolo, e diventa per forza autorevole senza alcun riguardo per quello che sta dicendo. Il mezzo è ancora il messaggio, come diceva il mio maestro. Ma è tempo che cambi. Per vostra fortuna, Berlusconi ancora non controlla Internet e infatti non a caso sul web è nato il No BDay: speriamo che ce ne siano tanti altri. Per questo dico che la libertà su Internet va difesa con realismo e guardando bene tutti gli aspetti della verità. Internet, se male usata, è pervasiva ancora più della tv, entra in ogni recesso della nostra vita, ti insegue ovunque: a me viene in mente Pinocchio».

 

Pinocchio?
«La e-theory che spiego ai miei studenti parte da questo burattino, espressione di una civiltà contadina che cominciava a scontrarsi con quella industriale, che deve passare dalla pancia della balena per diventare un bambino vero. Oggi, nella società postindustriale, dobbiamo fare un salto di crescita, diventare più intelligenti, più liberi, ampliare la nostra conoscenza, e grazie al web questo è possibile. Ricordate Matrix? Qualcuno sta inserendo una matrice digitale nella nostra vita, sta a noi trasformarci in qualcosa di migliore uscendo dalla pancia di questa balena mediatica. Siamo tanti Pinocchi di cui Internet rappresenta i fili».

 

Una mutazione genetica?
«Direi una mutazione culturale. Sicuramente una grande opportunità».

 

Tornando a cose più terrene, in Italia il governo non controllerà Internet, però si è rifatto proponendo di tassarla...
«Ho solo un termine per definire una proposta del genere: fascismo».

 

Almeno Internet da noi è libera, a differenza di altri paesi: l’altro giorno addirittura Hillary Clinton ha alzato la voce contro Pechino per la censura sul web. Ha fatto bene?
«Veramente io mi sono fatto un’idea. Certo, quando vado in Cina o in Iran mi sembra strano poter accedere a un terzo dei siti, ma in fondo lì sono a casa loro. Se proprio vogliono fare così, non possiamo imporgli una via diversa. Quando sei in Cina devi fare come i cinesi. Non è la mia unica idea controcorrente».

 

Quali altre delusioni dobbiamo dare ai custodi dell’ortodossia della rete?
«Intanto non capisco tutto questo mito della rete mobile mentre non si sa perché i telefonini costano sei o sette volte di più di quanto sarebbe ragionevole. Facevo bene io che il telefonino l’ho comprato per ultimo e ancora oggi lo uso pochissimo (infatti si fa chiamare dopo una serie di complicatissime triangolazioni in una camera d’albergo a Barcellona, ndr). E poi Facebook: ma perché devo spiegare un sacco di fatti miei a dei privati che non so che uso ne faranno?»

 

EUGENIO OCCORSIO

 

[Fonte: Repubblica.it/Affari e Finanza]